Le stanze

stanza #1 – Ingresso, o del pre-giudizio dello sguardo
stanza #1 – Ingresso, o del pre-giudizio dello sguardo
Zona di passaggio, tra l’entrare e l’uscire, tra il dentro e il fuori, l’ingresso è la prima stanza in una casa che accoglie gli ospiti. E si sa, la prima impressione conta. Ma se questa impressione resta ferma nel suo pre- giudizio, ecco che ci ritroviamo racchiusi dallo sguardo altrui, senza che ci venga data, nel silenzio di una distanza monologica, la possibilità di rispondere, di ripresentarci, di mostrarci come soggetti riconosciuti e riconoscibili. Ed è questo quello che succede – ancora oggi – alla maggior parte delle persone con disabilità, e in particolare a quelle con disabilità intellettiva.
stanza #2 - Soggiorno, il potere delle parole
stanza #2 - Soggiorno, il potere delle parole
Il soggiorno è la stanza delle parole, del linguaggio. Seduti su un comodo divano, si parla, si guarda la tv, si legge il giornale o un libro. Oppure si guardano assieme le foto di qualche vacanza. Ecco che allora questa stanza è l’occasione per parlare del cosiddetto “vocabolario H”. Un vocabolario che da una parte è necessario, perché dare un nome a una patologia almeno aiuta a capire qualcosa, a com-prenderla. Ma dall’altra parte, c’è il rischio che questa necessità diventi una comoda scorciatoia sociale, buona per assegnare un percorso già dato, utile per indirizzare senza troppi problemi il destino altrui. Per far diventare una persona con disabilità necessariamente un “buon utente”.
stanza #3 - Sala da pranzo, o della rete che irretisce
stanza #3 - Sala da pranzo, o della rete che irretisce
Il pranzo è il momento della convivialità, del bere e del mangiare assieme. Un buono spunto per riflettere sul modo in cui siamo in grado di accogliere qualcuno al nostro banchetto. Chi è gradito ospite? Chi, nostro malgrado, siamo costretti a dover invitare? E poi, siamo proprio sicuri di non esserci scordati qualcuno? Ecco allora che lo stare assieme a tavola diventa una buona metafora per parlare di inclusione, di servizi alla persona e di come tutte le dinamiche relazionali tra i numerosi attori sociali presenti sulla scena creino ambiguità, contraddizioni, paradossi. Pratiche dichiarate come inclusive, che invece escludono. E la rete alla fine sembra solo irretire.
stanza #4 - Cucina, o degli ingredienti per una buona narrazione
stanza #4 - Cucina, o degli ingredienti per una buona narrazione
Cucinare. Per sé stessi, oppure per gli altri. Non si tratta in ogni caso di tagliare, sminuzzare, mettere a cuocere e aggiungere di sale. C’è sempre un di più, dal sapore creativo e dal tocco originale. Si parte da una ricetta, da una tradizione, ma poi alla fine la si aggiusta come meglio si crede, in base agli ingredienti rimasti, oppure al proprio gusto. Ed è proprio a partire da questo binomio tradizione/variazione che la stanza della cucina è buona per ragionare sul modo in cui raccontiamo la disabilità. Quali sono le nostre premesse narrative rispetto a questo tema? Usiamo ingredienti già pronti, ottimi come stereotipi, oppure siamo in grado di sbilanciarci, mettendoci del nostro e raccontando in modo onesto e senza false retoriche imprevisti, delusioni, belle scoperte e, soprattutto, il nostro modo di vivere qualsiasi tipo di relazione?
stanza #5 - Bagno, o dei riti di purificazione
stanza #5 - Bagno, o dei riti di purificazione
Lavarsi, levare lo sporco, purificarsi. Una stanza come quella del bagno rimanda subito ad antichi riti volti a rendere integro il proprio gruppo sociale, ad allontanare tutto ciò che lo può rendere impuro. Ma il bagno è anche il luogo in cui ne entriamo in un modo e ne usciamo in un altro, soggetti a un trucco, ad un abbellimento, in cui la nostra immagine privata viene opportunamente modificata in una più sociale. Una buona metafora per riflettere sull’immagine di quello che vorremmo essere, di quello che diciamo di essere e di quello che in realtà siamo. Per scoprire che oggi tutto quello che si dice nel campo delle politiche di inclusione è quasi sempre frutto di un buon maquillage retorico.
stanza #6 - La camera da letto, la camera dei ragazzi
stanza #6 - La camera da letto, la camera dei ragazzi
Il letto in questa camera ha un’alta valenza simbolica. Dal lettino di quando eravamo bambini, al letto adolescenziale carico di sogni, speranze e desideri. Dal letto sessuale dell’adultità a quello di un ospedale dei nostri ultimi giorni. Riposare, dormire, sognare, fare l’amore. Bisogni però che non sono riconosciuti come tali per tutti. Ed è per questo che le persone con disabilità intellettiva vengono chiamati “i ragazzi”. Un’età non definita, per un’identità personale non definita. Mentre ben de-finita è l’identità sociale a loro assegnata. Ed è per questo che questa stanza è piena di orologi fermi, utili solo per un tempo ciclico, da ripetersi senza soluzione di continuità, senza una progettazione di vita sensata. Vite non degne di essere vissute. E allora che il tempo venga occupato da miriadi di attività, da laboratori su laboratori, occupandolo e facendolo trascorrere senza che si abbia la percezione che in realtà è solo un tempo immobile.